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inmostra140218Molfetta. L'amore e altre storie in 20 movie posters rielaborati in maniera digitale dall'artista Giulio Giancaspro.

Love & other drugs
Per quanto riguarda la mia personale esperienza, in principio fu Diego Velázquez, al Museo del Prado di Madrid. Nel capolavoro Las Meninas infatti - oltre a ritrarre la coppia regnante, l’erede al trono e le sue damigelle - l’artista andaluso immortalava se stesso, con tanto di pennello e tavolozza dei colori. L’opera è del 1656, in pieno periodo barocco. Tre secoli dopo, impressionato da quella che Luca Giordano aveva definito “la teologia della pittura”, Picasso propose ben 58 reinterpretazioni di quello straordinario dipinto, tutte, a modo loro, affascinanti. Las Meninas. Secondo molti critici, uno dei quadri più enigmatici della storia dell’arte, tant’è che Théophile Gautier, al suo cospetto, esclamò disorientato: “dov’è il quadro?”. Facile, anche oggi, comprenderne lo spaesamento: realtà e illusione, rappresentazione e percezione.

Simulazioni. Successivamente, l’occasione di apprezzare altre opere in cui l’autore era ben visibile all’interno dell’opera stessa mi si è presentata più volte. E non solo in ambito pittorico. D’altronde, lo spostamento del limite fra la realtà raffigurata e quella soggettiva, lo slittamento del confine fra apparenza e oggettività è spesso (e da sempre) praticato anche in altre forme di espressione creativa, anche (anzi soprattutto) contemporanee. Ed è proprio nel solco di questa riflessione che credo si collochino la ricerca e la produzione di Giulio Giancaspro. Con questa personale, infatti, l’artista pop, sempre in bilico fra talento ed ironia, da grafico ed esperto di comunicazione visiva si converte all’arte “intrusiva” e – lungi dall’adottare le modalità distruttive e nevrotiche dell’identificazione intrusiva di matrice psicanalitica – mantiene la fantasia di fusione con l’oggetto (gli oggetti) dei suoi desideri e si ritrova catapultato all’interno dei movie-poster dei suoi film preferiti.

Giulio Giancaspro è un appassionato di cinema, la sua è un’urgenza. Non ha alternative, è costretto ad entrarvi. I manifesti e le locandine esposte sono, evidentemente, una sorta di metaforico stretto di Gibilterra. Un limite invalicabile se non a patto di sospendere il principio di realtà per lasciarsi avviluppare, con malcelata autoironia, dalla magia del grande schermo, dal fascino e dalla complessità di quelle sceneggiature a lui tanto familiari.

Quella di Giancaspro è un’adesione convinta al plot, un’identificazione totale con la struttura narrativa preesistente. La sua non è mai una rottura del meccanismo del racconto ma un ribaltamento di prospettiva: da spettatore l’artista passa ad attore protagonista, transita dall’altra parte dello schermo senza infrangerlo. Inevitabile la contrapposizione, netta, con i tagli alle tele di Lucio Fontana. Giancaspro conosce già a menadito cosa si cela dietro lo schermo ed i lavori esposti già rappresentano una personale, possibile, apertura verso il suo altrove (cinematografico).

Ancor più indiscutibile la distanza dall’autoritratto Quando mi vidi non c’ero. A differenza del concettuale Vincenzo Agnetti, Giulio Giancaspro si vede e c’è, anzi fa di tutto per esserci. Iconoclasta, sorridente, ubiquo ed irriverente, forte delle sue competenze in ambiente digitale, l’artista si materializza quasi magicamente all’interno dell’iconografia dei propri sogni, come in un chroma-key cinematografico.

E lo fa da protagonista, senza sfumature o ripensamenti. Inoltre, dietro le sue lenti “alla Groucho Marx”, Giulio Giancaspro, con garbo, allunga lo sguardo su alcuni vezzi (e vizi) tipici dell’era del selfie, sulle (nuove?) umane manie nell’epoca dei social. Ogni suo ciak, insomma, richiama l’attenzione di ciascun visitatore, mettendo in guardia ognuno di noi dai rischi dell’ossessione - tutta contemporanea - di apparire sempre, a tutti e dappertutto.
Maurizio Brunialti - Sociologo

La personale potrà essere visitata fino al 16 febbraio 
orari: 10/12 e 17/20


inmostra140218Molfetta. L'amore e altre storie in 20 movie posters rielaborati in maniera digitale dall'artista Giulio Giancaspro.

Love & other drugs
Per quanto riguarda la mia personale esperienza, in principio fu Diego Velázquez, al Museo del Prado di Madrid. Nel capolavoro Las Meninas infatti - oltre a ritrarre la coppia regnante, l’erede al trono e le sue damigelle - l’artista andaluso immortalava se stesso, con tanto di pennello e tavolozza dei colori. L’opera è del 1656, in pieno periodo barocco. Tre secoli dopo, impressionato da quella che Luca Giordano aveva definito “la teologia della pittura”, Picasso propose ben 58 reinterpretazioni di quello straordinario dipinto, tutte, a modo loro, affascinanti. Las Meninas. Secondo molti critici, uno dei quadri più enigmatici della storia dell’arte, tant’è che Théophile Gautier, al suo cospetto, esclamò disorientato: “dov’è il quadro?”. Facile, anche oggi, comprenderne lo spaesamento: realtà e illusione, rappresentazione e percezione.

Simulazioni. Successivamente, l’occasione di apprezzare altre opere in cui l’autore era ben visibile all’interno dell’opera stessa mi si è presentata più volte. E non solo in ambito pittorico. D’altronde, lo spostamento del limite fra la realtà raffigurata e quella soggettiva, lo slittamento del confine fra apparenza e oggettività è spesso (e da sempre) praticato anche in altre forme di espressione creativa, anche (anzi soprattutto) contemporanee. Ed è proprio nel solco di questa riflessione che credo si collochino la ricerca e la produzione di Giulio Giancaspro. Con questa personale, infatti, l’artista pop, sempre in bilico fra talento ed ironia, da grafico ed esperto di comunicazione visiva si converte all’arte “intrusiva” e – lungi dall’adottare le modalità distruttive e nevrotiche dell’identificazione intrusiva di matrice psicanalitica – mantiene la fantasia di fusione con l’oggetto (gli oggetti) dei suoi desideri e si ritrova catapultato all’interno dei movie-poster dei suoi film preferiti.

Giulio Giancaspro è un appassionato di cinema, la sua è un’urgenza. Non ha alternative, è costretto ad entrarvi. I manifesti e le locandine esposte sono, evidentemente, una sorta di metaforico stretto di Gibilterra. Un limite invalicabile se non a patto di sospendere il principio di realtà per lasciarsi avviluppare, con malcelata autoironia, dalla magia del grande schermo, dal fascino e dalla complessità di quelle sceneggiature a lui tanto familiari.

Quella di Giancaspro è un’adesione convinta al plot, un’identificazione totale con la struttura narrativa preesistente. La sua non è mai una rottura del meccanismo del racconto ma un ribaltamento di prospettiva: da spettatore l’artista passa ad attore protagonista, transita dall’altra parte dello schermo senza infrangerlo. Inevitabile la contrapposizione, netta, con i tagli alle tele di Lucio Fontana. Giancaspro conosce già a menadito cosa si cela dietro lo schermo ed i lavori esposti già rappresentano una personale, possibile, apertura verso il suo altrove (cinematografico).

Ancor più indiscutibile la distanza dall’autoritratto Quando mi vidi non c’ero. A differenza del concettuale Vincenzo Agnetti, Giulio Giancaspro si vede e c’è, anzi fa di tutto per esserci. Iconoclasta, sorridente, ubiquo ed irriverente, forte delle sue competenze in ambiente digitale, l’artista si materializza quasi magicamente all’interno dell’iconografia dei propri sogni, come in un chroma-key cinematografico.

E lo fa da protagonista, senza sfumature o ripensamenti. Inoltre, dietro le sue lenti “alla Groucho Marx”, Giulio Giancaspro, con garbo, allunga lo sguardo su alcuni vezzi (e vizi) tipici dell’era del selfie, sulle (nuove?) umane manie nell’epoca dei social. Ogni suo ciak, insomma, richiama l’attenzione di ciascun visitatore, mettendo in guardia ognuno di noi dai rischi dell’ossessione - tutta contemporanea - di apparire sempre, a tutti e dappertutto.
Maurizio Brunialti - Sociologo

La personale potrà essere visitata fino al 16 febbraio 
orari: 10/12 e 17/20

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