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benedettopetroneanpimolfettaomicidio28112019Molfetta. Il 28 novembre del 1977, Benedetto Petrone fu barbaramente assassinato in piazza Prefettura a Bari. Il diciottenne militante comunista cadde vittima di un agguato fascista e - stabilì la giustizia - di una coltellata mortale infertagli da Pino Piccolo, unico colpevole riconosciuto, che nel 1984, a sentenza definitiva, si suicidò in carcere.

Cerchiamo di ricostruire i fatti: Nel ‘77 la città di Bari è teatro della contrapposizione accesa tra comunisti e fascisti, una città divisa in due da un clima arroventato di violenze. Nella settimana che precede il 28 novembre si susseguono le aggressioni e le provocazioni da parte delle ronde nere: un ragazzo quattordicenne viene ricoverato il 26 novembre dopo essere stato aggredito da un gruppo di uomini armati e mascherati. Il pomeriggio del 28 novembre, un militante della FGCI viene aggredito da un gruppo di missini e, nella serata dello stesso giorno, attorno alle 20:00, si ripete un tentativo di aggressione, in piazza Chiurlia, ai danni di un gruppo di militanti della locale sezione della FGCI. Dalla sede escono una quindicina di militanti, i quali si dividono per un giro di perlustrazione.

Un gruppetto di quattro persone, tra i quali ci sono Benedetto Petrone, 18 anni e Franco Intranò, 16 anni, sta attraversando piazza Massari, dirigendosi verso piazza Prefettura. Di fronte alla prefettura, all’angolo tra via Cairoli e corso Vittorio Emanuele, sostano una ventina di missini, che avvistando i giovani comunisti, inviano due di loro a chiamare i rinforzi nella vicina Federazione provinciale del MSI in via Piccinni, al cui interno ha sede anche il Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del partito. A questo punto, un branco di circa quaranta neofascisti si incammina verso il gruppetto che sosta ancora in piazza Massari. Dal branco si sganciano cinque missini che si scagliano contro i comunisti, tre dei quali iniziano a scappare attraversando la piazza, disperdendosi nei vicoli della città vecchia, mentre Benedetto Petrone, rallentato nella deambulazione a causa dei postumi di una poliomielite, resta indietro, venendo raggiunto dagli aggressori che si avventano su di lui con catene e bastoni. Franco Intranò torna indietro per aiutare il compagno, ma viene gettato a terra e ferito da un’arma da taglio che gli penetra l’ascella, mentre Petrone viene accoltellato all’addome, colpo che gli risulta fatale e poi poco sotto alla clavicola.

Soccorsi qualche decina di minuti più tardi, Petrone giunge in ospedale già morto, mentre Intranò, seppur ferito, riesce a raccontare l’accaduto e a descrivere gli aggressori. Dopo 42 anni si cerca di rimettere insieme i pezzi di una verità scritta soltanto in parte: che tracce restano della genesi, degli ideatori, dei mandanti diretti di un crimine così traumatico? Domande a cui forse darà risposte la Magistratura, che ha riaperto il caso ipotizzando il reato di concorso in omicidio.

Ricordando gli avvenimenti di quei giorni, l’ANPI di Molfetta invita a tenere alta la guardia sui fenomeni di neofascismo, razzismo, antisemitismo che non si limitano più solo a serpeggiare in forma inconfessata, ma cominciano a traboccare, in modo talora eclatante, in atti individuali e collettivi.

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benedettopetroneanpimolfettaomicidio28112019Molfetta. Il 28 novembre del 1977, Benedetto Petrone fu barbaramente assassinato in piazza Prefettura a Bari. Il diciottenne militante comunista cadde vittima di un agguato fascista e - stabilì la giustizia - di una coltellata mortale infertagli da Pino Piccolo, unico colpevole riconosciuto, che nel 1984, a sentenza definitiva, si suicidò in carcere.

Cerchiamo di ricostruire i fatti: Nel ‘77 la città di Bari è teatro della contrapposizione accesa tra comunisti e fascisti, una città divisa in due da un clima arroventato di violenze. Nella settimana che precede il 28 novembre si susseguono le aggressioni e le provocazioni da parte delle ronde nere: un ragazzo quattordicenne viene ricoverato il 26 novembre dopo essere stato aggredito da un gruppo di uomini armati e mascherati. Il pomeriggio del 28 novembre, un militante della FGCI viene aggredito da un gruppo di missini e, nella serata dello stesso giorno, attorno alle 20:00, si ripete un tentativo di aggressione, in piazza Chiurlia, ai danni di un gruppo di militanti della locale sezione della FGCI. Dalla sede escono una quindicina di militanti, i quali si dividono per un giro di perlustrazione.

Un gruppetto di quattro persone, tra i quali ci sono Benedetto Petrone, 18 anni e Franco Intranò, 16 anni, sta attraversando piazza Massari, dirigendosi verso piazza Prefettura. Di fronte alla prefettura, all’angolo tra via Cairoli e corso Vittorio Emanuele, sostano una ventina di missini, che avvistando i giovani comunisti, inviano due di loro a chiamare i rinforzi nella vicina Federazione provinciale del MSI in via Piccinni, al cui interno ha sede anche il Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del partito. A questo punto, un branco di circa quaranta neofascisti si incammina verso il gruppetto che sosta ancora in piazza Massari. Dal branco si sganciano cinque missini che si scagliano contro i comunisti, tre dei quali iniziano a scappare attraversando la piazza, disperdendosi nei vicoli della città vecchia, mentre Benedetto Petrone, rallentato nella deambulazione a causa dei postumi di una poliomielite, resta indietro, venendo raggiunto dagli aggressori che si avventano su di lui con catene e bastoni. Franco Intranò torna indietro per aiutare il compagno, ma viene gettato a terra e ferito da un’arma da taglio che gli penetra l’ascella, mentre Petrone viene accoltellato all’addome, colpo che gli risulta fatale e poi poco sotto alla clavicola.

Soccorsi qualche decina di minuti più tardi, Petrone giunge in ospedale già morto, mentre Intranò, seppur ferito, riesce a raccontare l’accaduto e a descrivere gli aggressori. Dopo 42 anni si cerca di rimettere insieme i pezzi di una verità scritta soltanto in parte: che tracce restano della genesi, degli ideatori, dei mandanti diretti di un crimine così traumatico? Domande a cui forse darà risposte la Magistratura, che ha riaperto il caso ipotizzando il reato di concorso in omicidio.

Ricordando gli avvenimenti di quei giorni, l’ANPI di Molfetta invita a tenere alta la guardia sui fenomeni di neofascismo, razzismo, antisemitismo che non si limitano più solo a serpeggiare in forma inconfessata, ma cominciano a traboccare, in modo talora eclatante, in atti individuali e collettivi.

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