MOLFETTA. COLONNELLO FRANCESCO REGINA: LE VIRTÙ DI UN UOMO AL SERVIZIO DELL’ITALIA IN GUERRA E PACE

regina3-2Molfetta - Per tanti molfettesi c’è stato un lasso di tempo in cui il colonnello dell’esercito Francesco Regina era noto solo come professor Regina. Il politico, il consulente dai modi cortesi ed eleganti al servizio dei molfettesi. Il nostro giornale ha voluto - grazie ai documenti che ci ha fornito l’Associazione Eredi della Storia - ricostruire le vicende del soldato Regina. Nacque a Molfetta il 3 gennaio del 1897, in via Sigismondo, da Michelangelo – primo orafo molfettese - e da Maria Picca. Dopo le nozze con la signorina Margherita abitò in via Gelso.

Ebbe quattro figli: Michelangelo, Giuseppe, Corrado, Immacolata Maria. Era studente quando il 24 maggio 1915 lo Stato Italiano dichiarò guerra all’impero Austro-Ungarico per completare l’unità d’Italia. Fu schierato un esercito di circa cinque milioni e mezzo di combattenti. Lo spirito patriottico coinvolse anche il giovane Francesco: appena diciottenne, studente, si arruolò come volontario e il 9 luglio del 1915 partì per Roma. Destinazione il 2° Reggimento Bersaglieri. Il mese successivo, acquisito il grado di allievo ufficiale, fu trasferito in zona di guerra presso il 3° Battaglione Bersaglieri Ciclisti, già impegnato nella Terza battaglia dell’Isonzo. A Cave di Seltz il 21 ottobre del 1915 Regina partecipò al suo primo assalto a fuoco mentre l’esercito italiano subiva sanguinose perdite. Dopo di che fu inviato a quota 70 di Monfalcone nella zona del Basso Carso, nella trincea delle Frasche. Qui ancora da allievo ufficiale, insieme a pochi soldati, conquistò una trincea austriaca, per cui ricevette un encomio solenne. Raggiunto il fronte nemico a quota 85 nella Zona del Basso Carso, continuò a combattere la Sesta battaglia dell’Isonzo. Sempre alla baionetta e in prima linea, esposto al fuoco nemico, affrontò gli Austriaci corpo a corpo, al fianco del bersagliere ciclista Enrico Toti, l’eroe della stampella. L’offensiva fu vittoriosa e gli italiani conquistarono Gorizia. Per l’alto valore in combattimento il 3° Battaglione Bersaglieri fu decorato con tre medaglie d’oro al valor militare. Il 25 agosto 1916 Regina fu promosso sottotenente di complemento, mentre continuava a combattere per la conquista di Trieste. I due eserciti si davano battaglia senza avere vittorie né sconfitte. Una guerra di posizione che durò fin quando la Russia, alleata con l’Italia, si ritirò. Tutto l’esercito tedesco impegnato sul fronte Russo si riversò su quello italiano. Il 24 ottobre 1917 alle ore 2:00 nel Basso Vodil (Tolomino) l’artiglieria austro-ungarica iniziò a bombardare anche con gas tossico le linee italiane. I nostri risposero all’attacco ma essendo stanchi, affamati, con basso morale e senza più riserve e armamenti incominciarono a cadere sotto il fuoco nemico. Allora il comando supremo delle forze armate italiane dispose di ripiegare verso il Piave. É la battaglia di Caporetto. L’esercito italiano volgeva così le spalle alle truppe tedesche addestrate all’assalto, ben armate, che incalzavano. Molto probabilmente il giovane ufficiale Francesco Regina ebbe l’ordine di coprire la ritirata. Infatti, quello stesso giorno, ferito, fu fatto prigioniero e deportato in Germania. Il suo comandante lo decorò con la Croce di guerra al valor militare, con la motivazione: “Comandante di compagnia, diede tangibile prova di ardimento accorrendo instancabile, incurante sotto l’imperversare dell’artiglieria e fucileria nemica, ove maggiore era il pericolo”. (Basso Vodil 24 ottobre 1917). Il 1920, a fine conflitto, Francesco Regina, congedato col grado di tenente, rientrava nella città natia, a Molfetta.

 

di Pantaleo de Trizio (Ha collaborato Andrea de Gennaro, ricercatore storico. Fonti: Archivio storico Eredi della Storia e Fondazione ANMIG)

regina2Il maestro Regina: punto di riferimento nell’istituzione scolastica e nelle Associazioni culturali

Aveva 23 anni. Il maestro Regina, da precario, insegnò nelle scuole elementari di Molfetta e Giovinazzo, fino a quando non superò il concorso magistrale. Una volta diventato insegnante di ruolo non rifiutò d’insegnare nella parte settentrionale della regione pugliese, in Capitanata, ritenuta zona infettiva, a rischio per la diffusione della malaria. Il 25 marzo del 1939 l’esercito lo richiamò alle armi. Promosso capitano al comando di un Battaglione, prese parte alla spedizione d’Albania. Rimase sul fronte greco-albanese, jugoslavo e nazionale fino a fine conflitto. Una volta congedato col grado di maggiore in ausiliaria, riprese l’insegnamento. Per 43 anni fu maestro nelle scuole elementari statali e, per altri 13 anni, fu professore dell’Istituto professionale marittimo di Molfetta. “Lo ricordo come un bravo maestro, spesso ci raccontava storie di guerra e come era riuscito a combattere contro gli Inglesi”, ci racconta Paolo Basile, un suo ex alunno che frequentava la quinta elementare nell’anno 1960-61, presso la scuola elementare San Giovanni Bosco. Il suo impegno nella società civile fu intenso. Fu capogruppo nella gestione amministrativa delle scuole elementari, Fiduciario del Patronato della Mutualità Scolastica, Presidente dell’Unione Nazionale Ufficiali in Congedo, della Sezione Nastro Azzurro di Molfetta. Nel 1946 fu uno dei promotori attivisti della fondazione del Partito DC nonché Pioniere dell’azione cattolica dello sport. Per questo ottenne diversi riconoscimenti istituzionali al valore: Croce d’oro e Medaglia d’oro al merito scolastico, Cavaliere di Vittorio Veneto e dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, cinque Medaglie commemorative e di benemerenza, oltre a vari attestati. Fu decorato con tre croci di guerra al valor militare. Essendo stato combattente ufficiale in ausiliaria, nel 1969 ottenne il grado di Colonnello di complemento. Il 22 settembre 1978 il maestro Francesco, grande protagonista della storia molfettese, all’età di ottantuno anni ci lasciava. Per immortalare le gesta del colonnello Regina il 1992 la Civica Amministrazione di Molfetta gli intitolò una strada già chiamata 1^ Traversa Molfettesi d’Argentina, nella Zona 167. L’istanza fu inoltrata dal figlio Dino Regina, allora presidente dell’UNUCI. La sua vita fu animata da undici nipoti che lo ricordano come un nonno affettuoso e sempre disponibile.

regina1Il Monumento ai caduti racconta…

di Pantaleo de Trizio

Quale monumento?”. “Non m’interessa!”. “Non lo so! E neanche lo voglio sapere a chi è dedicato questo monumento”. Risposte date da alcuni ragazzi poco più che adolescenti che sostavano vicino al Monumento dei Caduti, nella Villa comunale molfettese. Se una persona o un popolo perdesse la memoria quale sarebbe il suo destino? Come una pianta senza radici, destinata a seccare. “Il Monumento ai Caduti è la nostra storia, e va coltivata senza sosta”, ricordava il fante Tommaso, semianalfabeta, compagno d’armi di Francesco Regina. È quel Monumento che ha reso onore alle anime di quella schiera di combattenti ora scolpiti nel bassorilievo. Immagini che trasmettono emozioni. Sguardi impauriti, turbati e fieri, pronti ad affrontare una battaglia pur sapendo che molti tra loro sarebbero morti. Ragazzi giovanissimi, classe 1899-900, appena diciottenni, di leva e volontari, che, chiamati alle armi, lasciarono le loro famiglie, la loro terra per andare a difendere l’Italia dopo la disfatta di Caporetto. Erano consapevoli che un’altra sconfitta sul Piave come quella di Caporetto avrebbe dato il via a una catastrofe. L’Italia sarebbe stata invasa da tedeschi e austriaci. Prive di un esercito le popolazioni avrebbero subito saccheggi e violenze. Intere famiglie sarebbero state deportare in Germania, rese schiave nei lager e forse la storia avrebbe parlato dell’olocausto italiano. Questa è la memoria tramandata dai Monumenti ai Caduti della Grande Guerra, che vide cadere sul campo 689.000 uomini mentre oltre un milione e mezzo tornarono alle case mutilati o feriti, orgogliosi di aver sconfitto un esercito potente e agguerrito e di aver salvato la propria patria.

Fonti: Archivio storico Ass. Eredi della Storia. Collaboratore Sergio Ragno

Regina rischiò la vita. Ebbe il coraggio di difendere l’onore dei morti in guerra

di Pantaleo de Trizio

Molfetta, dopo l’armistizio dell’8 settembre 43 fu occupata dalle Forze armate alleate. Avevano il compito didifendere i molfettesi da un eventuale attacco nemico. Non avendo né caserme e né accampamenti a disposizione i Comandi anglo-americani si stanziarono presso alcuni edifici requisiti. Il palazzo de Lago nei pressi della villa Comunale fu sede della Militar Police inglese. Ordinò a tutti i combattenti che rientravano dal fronte Balcanico di recarsi presso il comando per farsi interrogare sui fatti avvenuti nelle zone di conflitto. Un giorno toccò anche al maggiore dell’esercito Francesco Regina, appena rientrato dall’Albania, di andare a deporre. Era con sé anche il piccolo Dino quando, trovando chiuso l’ufficio, decisero nell’attesa di recarsi nella Villa comunale. Lì Regina spiegava a suo figlio il significato del Monumento ai caduti della Prima guerra mondiale. Tutto ad un tratto videro un gruppo di soldati inglesi brilli avanzare verso il Monumento. Uno di loro aveva in mano un seghetto con l’intenzione di mutilare la corona d’alloro in mano alla donna alata. Volevano dimostrare di essere loro i più forti, i vincitori della guerra. Mentre un altro era pronto a fare i propri bisogni. Questi atti non potevano essere tollerati dal colonnello Regina, veterano di quella guerra, che aveva visto migliaia di ragazzi uccisi e feriti sui campi di battaglia. Non meritavano di essere disonorati da un gruppo di ubriaconi. Da solo si scagliò contro i due profanatori. Scoppiò la rissa. Nelle vicinanze si trovava il custode della Villa, Cosimo Mastrandrea, grande invalido di guerra, mutilato di un braccio. Poiché non era in grado di aiutare Regina corse a chiedere aiuto lì vicino, nella sede delle Associazioni combattentistiche. Tutti i presenti corsero. La maggior parte erano invalidi monchi di arti, si muovevano con stampelle e protesi: scoppiò un vero e proprio combattimento, corpo a corpo. Accerchiati dalla armata Militar Police i molfettesi armati solo di stampelle furono tutti arrestati. Poi rilasciati. L’episodio non fu gradito ai cittadini. Ci furono sommosse contro gli invasori alleati, rei di aver violentato alcune ragazze molfettesi, come le figlie della proprietaria di una cantina vicino alla scuola elementare S. G. Bosco. Seguirono altri scontri vicino al borgo, in via Sigismondo. Dei profanatori stranieri si seppe poi che erano entrati nella cantina di Pizzelorète in via Piazza 28, nel Borgo antico. Avevano mangiato e bevuto vino fino ad ubriacarsi. Questa cantina restò aperta fino agli anni 70. Il vilipendio fu scongiurato. La comunità combattentistica riconobbe in Regina la nobiltà di un grande gesto. Un profondo rispetto per la Patria e per i suoi Caduti. Questa testimonianza fu resa dal figlio Dino Regina, presidente dell’UNUCI, alla nascente Associazione Eredi della Storia. Era il 2008.

Un monumento per eternate i figli di Molfetta caduti nella Grande guerranome, ma è ignoto ai cittadini

Il Monumento ai Caduti di Molfetta è ritenuto nel suo genere uno dei migliori d’Italia. La guerra aveva creato un vuoto nelle giovani generazioni che bisognava colmare con delle testimonianze, dei punti di riferimento. Si rese necessario erigere un monumento per immortalare i 496 militari, i 10 civili deceduti, i grandi invalidi mutilati molfettesi vittime della Prima Guerra Mondiale. Nel 1920 fu costituito un Comitato promotore per la raccolta e la sottoscrizione di fondi. Contribuirono le Associazioni combattentistiche, i privati cittadini, reduci e orfani di guerra. La Camera dei Deputati il 10 febbraio 1926 decretò le modalità di attuazione. Raccolta la somma congrua il podestà contrammiraglio Stefano de Dato diede allo scultore Giulio Cozzoli il mandato di forgiare il Monumento ai Caduti. Dovevano essere “eternati” solo semplici soldati e non grandi generali. Infatti la statua di Giuseppe Garibaldi fu rimossa dal centro della Villa comunale per dar spazio alla nuova opera. La statua doveva essere di bronzo e impersonare la Vittoria Alata della mitica greca donna Nike di Samotracia. Doveva reggere in mano una corona d’alloro, simbolo trionfante e raccogliere tra le braccia un fante in fin di vita. Ai piedi un bassorilievo doveva rappresentare una compagnia di combattenti di tutte le Forze Armate che avanzavano verso la vittoria. L’opera bronzea fu realizzata presso la fonderia Arturo Bruno di Roma. L’inaugurazione fu stabilita per il 4 novembre 1929, poi rinviata al 20 luglio 1930.

Articoli estrapolati dal "il Fatto" cartaceo numero 92 del 17 maggio 2013

 

 

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