MOLFETTA. Daniele di Maglie racconta il mostro di Taranto, l'Ilva, attraverso racconti e canzoni

danieledimaglie feb2013Molfetta - Come gli uomini della caverna di Platone, incatenati sin dalla loro infanzia nella sua profondità, vissero nella convinzione che le ombre fittizie delle loro membra sulle pareti fossero l’unica realtà possibile e furono restii ad accettare una realtà altra, la vera realtà, una volta scoperta, così i Tarantini, sono cresciuti guardando la propria città e il suo mostro – l’Ilva (ex Italsider) – considerandolo parte integrante del paesaggio naturale, sua presenza imprescindibile, e hanno mostrato una consapevolezza tardiva.

E’ in questo modo che lo scrittore e cantautore Daniele di Maglie ha introdotto un argomento scottante, quello dell’Ilva e delle terribili conseguenze del suo esistere, nell’incontro di giovedì 21 febbraio presso la libreria Il Ghigno di Molfetta. L’occasione è stata quella di presentare l’ultimo suo lavoro musico – letterario: “L’altoforno. L’Ilva nei racconti e nelle canzoni di un cantautore di Taranto”. Al centro c’è il Sifone, la ciminiera più alta dell’Ilva, visibile da ogni punto – quasi – della città, che si impone per il solo fatto di essere evidente. Attorno a questa presenza lo scrittore articola una sorta di favola noir, un racconto di prossimità, che è il racconto della realtà della sua adolescenza: i fragori, i rumori di colata, l’olezzo, il fetore, tutti fattori cui si fa l’abitudine (e di cui ci si rende conto soltanto in una fase di distacco da essa). Il rapporto con questa presenza si concretizza nel momento in cui il Sifone prende la parola attraverso proclami per assoggettare tutti, specie chi non riesce a vederlo: un esempio è quello offerto dalla città vecchia, cresciuta in altezza, fatta di cunicoli, vie, dalla quale non si vede il Sifone; ed è proprio nella città vecchia che si annida Sisifo, emblema del continuo divenire, della circolarità narrativa del racconto, e principale nemico del Sifone, il quale sarà da lui sconfitto, distrutto.

Di Maglie parla dell’Ilva come una presenza matrigna, che ha dato ai Tarantini – popolo da sempre indolente, che difficilmente si fa portavoce di un riscatto generale – l’illusione della modernità ma che ha condotto ogni cittadino a dover quasi scegliere tra il diritto al lavoro e quello alla salute. Alla rabbia per le sorti della sua città si accompagna la scelta di allontanarsene: lo scrittore è fuggito dal quel paesaggio, pur non rinnegando la sua origine e l’affetto per essa, che è condito di dissapore, amarezza.

Interiorizzare l’argomento e raccontarlo attraverso le parole e la musica è la sua forma privilegiata per sentirsi meglio.

Last modified on Giovedì, 03 Dicembre 2020 21:15

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